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Salviamo il nostro soldato Ryan

Le Olimpiadi di Vancouver sono andate male, speravamo di più e siamo mortificati. Ma le mortificazioni provenienti dalla neve sono state riequilibrate ad abundantiam da quelle che Berlusconi e i berluscones continuano a propinarci senza scadenze quadriennali. Con la differenza che mentre dal cielo degli sport ogni tanto esce qualche consistente raggio di sole, in politica è nebbia costante sulla Val Padana.

Comunque vada a finire questo “pasticcio” elettorale per uscire dal quale la maggioranza ha avuto dapprima la faccia tosta di chiedere aiuto al Quirinale (pensate un po’!) come si fa andando in pellegrinaggio alle grotte di Lourdes, e poi la faccia tosta di sanare un buco grosso aprendone un altro enorme, una certezza c’è: chiuso il buco (posto che il decreto ci riesca) se ne aprirà subito un altro e poi un altro ancora come a Pozzuoli con le solfatare. Un soldato Ryan è stato salvato, tanti altri dovranno esserlo.

Perché questo sarcasmo? O non ci sono state sempre delle contestazioni sulle procedure per presentare le liste elettorali e forzature per interpretarle? Sì, ma quello che adesso domina è uno spudorato disprezzo per la legge. Ormai la legge non esiste più, nella mentalità del principe e dei suoi consigliori, fino all’ultimo galoppino elettorale,. Si applica se fa comodo, si cambia in caso contrario. Nel nome della volontà popolare che - come l’amore (a proposito…) - vince ogni cosa. Come se Hitler e Mussolini e Mao Tse Dun non avessero conquistato il potere sull’onda della volontà popolare. Come se la volontà popolare non si esprimesse modernamente con la logica degli auditel o dei sondaggi d’opinione sapientemente prefabbricati. Come se nelle partite a tresette si potessero conteggiare i punti con le regole della briscola.

Stiamo cercando temi su cui costruire un alleanza per una maggioranza credibile e vincente contro Berlusconi. Eccone uno: salvare lo stato di diritto, il nostro soldato Ryan. Come programma politico basta e avanza.

Gianni Barro

6 marzo 2010

Immigrati. Il mare è nostrum, la bara è loro.

 

Un caro amico mi ha invitato per e-mail alla solidarietà verso gli immigrati: spegnere per mezz’ora il cellulare. Un gesto semplice, gratuito, anzi un gesto che mi fa risparmiare nelle tasche. Ve l’ho girato. Non mi è costato niente. Chi di voi avrà l’opportunità di farlo spegnerà il cellulare per mezz’ora, senza spesa. Tutto a posto.

Tutto a posto? Per noi forse sì. Non per la mamma di quella bambina di qualche mese che qualche mese fa affogò in un mare dal nome a lei sconosciuto e che non conoscerà mai. Un mare che una insopportabile retorica chiama nostro, anzi nostrum. Partendo dall’Africa non poteva sapere - e non saprà mai - che quel “nostro” mare sarebbe stata la sua bara.

 Quando noi moriamo ci procuriamo una bara, di legno, foderata di zinco. Una bara che viene calata nel suolo solido (forse è una tautologia, ma rende l’idea), o murata in una tomba di pietra, omaggio a un mestiere-simbolo della nostra epoca, quello del cementiere e del costruttore edile. O dispersa nell’aria dopo averla bruciata insieme alle nostre spoglie. Trattamenti diseguali perché la diseguaglianza vuol fare sentire la sua voce anche dopo la morte: ma in genere le nostre pompe funebri livellano tutto con il profumo dei crisantemi.

Quella bambina è morta nell’acqua, affogata. La sua mamma l’ha vista sparire, in pochi attimi, inghiottita da una massa liquida puzzolenta di nafta. Veniva da noi, sua mamma, con tanti altri dannati cercava di entrare nel nostro paese per un altro mestiere-simbolo: lo sfruttato, il clandestino. In un paese che ostenta spudoratamente la sua ricchezza. 

Ho ancora 400 battute delle 2.000 che mi impongo come tetto. Completatele voi. Io chiuderò il cellulare, non costa niente. Ma il telefono con la memoria di quella bambina morta affogata nel mare nostrum a pochi mesi dalla nascita, dopo essere stata respinta dalle leggi del paese nostrum, quello spero di non chiuderlo mai.

E se mancano delle battute, completatele voi.

Gianni Barro

1 marzo 2010

 

 

  “ISTRUZIONI PER L’USO” di Lettere Riformiste